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martes, 30 de agosto de 2011

« Giustizia per i Desaparecidos »







L’ammiraglio Emilio Eduardo Massera, già condannato per crimini contro l’umanità, è in questi giorni sotto processo a Roma per l’omicidio di tre cittadini argentini di origine italiana.

Membro della Loggia P2, è stato uno degli organizzatori del golpe del 1976 e, fino al 1983, uno degli organizzatori dei sequestri e degli omicidi degli oppositori politici al regime militare.


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Appello al ministro Frattini perché apra gli archivi dell’ambasciata italiana dovesonocustodite testimonianze e accuse sui crimini commessi dalla giunta argentina. Tra i firmatari le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo...




    Ramón Torres Molina ha passato otto anni nei campi di prigionia della giunta militare argentina.

    «Senza nessuna condanna», è bastato unatto di imperio. Era un pubblicoministero, persona sgradita. «Allora la grande stampa raccontava di centri di recupero, dove i detenuti erano trattati benissimo e addirittura erano volontari -racconta-. Dicevano che c’erano persino donne con i bambini. Venivano pubblicate false interviste con la foto di desaparecidos, che negavano di essere prigionieri».

    Un muro complice di silenzio che a distanza di anni Ramòn TorresMolina -in questi giorni a Roma dove ha partecipato al processo contro l’ammiraglio Massera- cerca di demolire un pezzo alla volta raccogliendo nell’Archivio nacional de la Memoria la documentazione su quegli anni: carte, per inchiodare i colpevoli, dare un nome e cognome alle vittime, ai loro figli perduti. Giustizia, per quanto possibile.

    Èquello che si proproneunappello presentato ieri alla Commissione diritti umani della Camera, presiedutada Furio Colombo, appello che chiede al ministro Frattini di aprire gli archivi dell’ambasciata italiana a Buenos Aires, come hanno già fatto Francia, Spagna e Stati Uniti.

    In quelle carte, raccolte ai tempi della dittatura, ci sono testimonianze preziose, perché in oltre trent’anni sono scomparse molte delle persone coinvolte, con le loro storie, le loro accuse. Quel materiale che aveva unvalore di memoria fino a quando la legge ha garantito l’impunità ai militari argentini, oggi che la magistratura argentina ha la possibilità di perseguire i crimini del regime ha un valore unico, proprio perché si tratta di testimonianze spesso «irripetibili».


    TESTIMONI SCOMPARSI

    «Durante gli anni della dittatura militare argentina, tra il 1976 ed il 1983, molte persone (italiani, argentini, cittadini di altri paesi europei e sudamericani) si rivolsero ai Consolati italiani, presenti in molte città argentine, per denunciare le vessazioni subite da loro e dai loro familiari», spiega l’appello, sottoscritto da cittadini italiani parenti delle vittime della repressione -primafirmataria Estela Carlotto, delle Abuelas de la Plaza de Mayo- e associazioni italiane e argentine: le madri e le nonne della Plaza de Mayo, i Familiares de detenidos y desaparecidos, Libera, 24 marzo, Solidarietà con l’America latina, Centro Mastinu-Marras. I documenti raccolti dall’Ambasciata italiana sono già stati utilizzati per istruire processi in Italia. Ma possono aiutare a ricomporre il puzzle della memoria in Argentina.

    «I parenti dei desaparecidos (anche italiani) hanno ora la possibilità di ottenere finalmente Giustizia e le denunce e le dichiarazioni consolari rese tanti anni fa possono aiutare a ricostruire quelle dolorose vicende».

    Identificare figli scomparsi di cui non si aveva notizia, incrociare informazioni con fonti diverse per ricostruire documentalmente la sorte delle vittime e le colpe dei carnefici. Sull’appello presenterà un’interrogazione Fabio Porta, deputato Pd eletto in America Meridionale.

    «Vogliamo che il ministro risponda. Quello che si chiede è un atto di giustizia».


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Parla il nobel argentino Adolfo Pérez Esquivel: «Ma il suo non fu un caso isolato?». Il leader pacifista cattolico: «Molti giustificarono gli assassini»...


    Una sala immensa, neanche una sedia. Sia chiaro: «Un incontro rapido e fedele al protocollo», ripetono gli alti prelati al premio Nobel argentino Adolfo Pérez Esquivel. Entra Giovanni Paolo II. «Mentre i miei compagni distraggono i cardinali, io riesco a consegnargli un dossier su 84 bambini sequestrati e scomparsi. Avevo già tentato di farglielo avere attraverso tre canali diversi. Il Papa scuote la testa: "Questo non è mai arrivato nelle mie mani". Poi mi guarda, punta il dito: "Il dossier resta con me, ma lei deve pensare anche ai bambini dei Paesi comunisti..."». È il 1981. Leader pacifista cattolico, arrestato e scampato a un «volo della morte», quindi costretto dalla dittatura all'esilio, Pérez Esquivel ha da un anno ricevuto il Nobel per la Pace. «La settimana dopo il nostro incontro Wojtyla parlerà per la prima volta dei desaparecidos». Perché così tardi? Il golpe argentino è del '76, e le violenze contro gli oppositori erano cominciate già anni prima. «Io credo che Giovanni Paolo II si sia comportato in questo modo per la cattiva informazione che gli arrivava. Altrimenti non si spiega. Non volle neanche ricevere le Madri di Plaza de Mayo...».

    Una storia torbida di silenzi e connivenze quella della Chiesa cattolica nell'Argentina della «guerra sporca». Pérez Esquivel la segue da decenni. Dai primi tentativi (falliti) di coinvolgere le gerarchie nella difesa dei diritti umani agli inizi degli anni Settanta; fino ad oggi, al processo von Wernich nel quale il premio Nobel è stato testimone. Nella sede storica del suo Serpaj, il Servizio Pace e Giustizia, a Buenos Aires, la ricostruisce. «La Chiesa cattolica in Argentina ha luci e ombre. C'è stato un settore che ha appoggiato la dittatura, che è stato complice. Alti prelati, semplici sacerdoti. E dentro le diocesi delle Forze Armate istituite da Giovanni Paolo II i cappellani militari e della polizia, che hanno giustificato la repressione in virtù della cosiddetta difesa della civiltà cristiana e occidentale. Von Wernich ha avuto un ruolo diretto nella repressione, ha visitato campi illegali, ha fatto pressioni perché i detenuti parlassero».

    In aula lei ha sottolineato che von Wernich non è stato un caso isolato. «Ci sono stati vescovi, penso a monsignor Tortolo, che hanno giustificato ogni mezzo per far parlare i prigionieri, tortura compresa. Con l'eccezione però dell'uso della picana (strumento che emetteva scariche elettriche, ndr), alla quale era contrario». Con quale giustificazione? «Per risparmiare energia... Ricordo poi proprio in questo ufficio il capitano di corvetta Scilingo (considerato il primo «pentito» del regime, ndr) che mi raccontò di quando tornava dai "voli della morte", dopo aver gettato nel Rio de la Plata i corpi dei prigionieri nudi e narcotizzati: andava dal cappellano che gli faceva la comunione e gli diceva che era "una morte cristiana per salvare il Paese dal comunismo". Von Wernich non è una vicenda isolata. C'era una concezione ideologica che ha portato parte della Chiesa a compromettersi con la dittatura e a contrastare chi viveva il Vangelo insieme al popolo.

    Religiosi che hanno resistito, come Mauricio Silva (prete operaio desaparecido, ndr), come il vescovo Angelelli (ucciso dai golpisti, ndr), come le suore francesi (Alicia Dumon e Leonie Duquet, scomparse, ndr) ». Una minoranza... «Sì, una minoranza. Ricordo che ebbi una discussione anche con l'allora nunzio apostolico Pio Laghi (spesso ricordato per le sue partite di tennis con il golpista e piduista Emilio Massera, ndr): "Che vuole che faccia — mi disse —, non posso fare quello che i vescovi argentini non vogliono fare». Dopo la dittatura, la Chiesa ha ammesso le sue responsabilità? «Fino ad oggi c'è stato solo un tiepido riconoscimento che avrebbe potuto fare di più e non l'ha fatto. Non stanno neanche cercando un avvicinamento, un dialogo con le associazioni per i diritti umani. Mantengono la distanza. Ma dopo questo processo, io credo che debbano pronunciarsi ».



3
Ormai, Massera é morto, ma ancora si può bucare il muro complice di silenzio...



4
Por iniciativa de FEDEFAM (Federación Latinoamericana de Asociaciones de Familiares de Detenidos-Desaparecidos) el 30 de agosto se conmemora el Día Internacional del Detenido Desaparecido.

Esta fecha constituye un aporte al fortalecimiento de la conciencia mundial sobre la persistencia de la práctica de la desaparición forzada de personas -catalogado como crimen de lesa humanidad por la OEA y la ONU. Se inscribe, asimismo, en el trabajo que los organismos de derechos humanos realizan para influir en las políticas publicas nacionales e internacionales con el objetivo de prevenir toda forma de autoritarismo y consolidar la vigencia de los derechos y libertades.


Daniel 
Mancuso








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