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martes, 30 de agosto de 2011

« Giustizia per i Desaparecidos »







L’ammiraglio Emilio Eduardo Massera, già condannato per crimini contro l’umanità, è in questi giorni sotto processo a Roma per l’omicidio di tre cittadini argentini di origine italiana.

Membro della Loggia P2, è stato uno degli organizzatori del golpe del 1976 e, fino al 1983, uno degli organizzatori dei sequestri e degli omicidi degli oppositori politici al regime militare.


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Appello al ministro Frattini perché apra gli archivi dell’ambasciata italiana dovesonocustodite testimonianze e accuse sui crimini commessi dalla giunta argentina. Tra i firmatari le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo...




    Ramón Torres Molina ha passato otto anni nei campi di prigionia della giunta militare argentina.

    «Senza nessuna condanna», è bastato unatto di imperio. Era un pubblicoministero, persona sgradita. «Allora la grande stampa raccontava di centri di recupero, dove i detenuti erano trattati benissimo e addirittura erano volontari -racconta-. Dicevano che c’erano persino donne con i bambini. Venivano pubblicate false interviste con la foto di desaparecidos, che negavano di essere prigionieri».

    Un muro complice di silenzio che a distanza di anni Ramòn TorresMolina -in questi giorni a Roma dove ha partecipato al processo contro l’ammiraglio Massera- cerca di demolire un pezzo alla volta raccogliendo nell’Archivio nacional de la Memoria la documentazione su quegli anni: carte, per inchiodare i colpevoli, dare un nome e cognome alle vittime, ai loro figli perduti. Giustizia, per quanto possibile.

    Èquello che si proproneunappello presentato ieri alla Commissione diritti umani della Camera, presiedutada Furio Colombo, appello che chiede al ministro Frattini di aprire gli archivi dell’ambasciata italiana a Buenos Aires, come hanno già fatto Francia, Spagna e Stati Uniti.

    In quelle carte, raccolte ai tempi della dittatura, ci sono testimonianze preziose, perché in oltre trent’anni sono scomparse molte delle persone coinvolte, con le loro storie, le loro accuse. Quel materiale che aveva unvalore di memoria fino a quando la legge ha garantito l’impunità ai militari argentini, oggi che la magistratura argentina ha la possibilità di perseguire i crimini del regime ha un valore unico, proprio perché si tratta di testimonianze spesso «irripetibili».


    TESTIMONI SCOMPARSI

    «Durante gli anni della dittatura militare argentina, tra il 1976 ed il 1983, molte persone (italiani, argentini, cittadini di altri paesi europei e sudamericani) si rivolsero ai Consolati italiani, presenti in molte città argentine, per denunciare le vessazioni subite da loro e dai loro familiari», spiega l’appello, sottoscritto da cittadini italiani parenti delle vittime della repressione -primafirmataria Estela Carlotto, delle Abuelas de la Plaza de Mayo- e associazioni italiane e argentine: le madri e le nonne della Plaza de Mayo, i Familiares de detenidos y desaparecidos, Libera, 24 marzo, Solidarietà con l’America latina, Centro Mastinu-Marras. I documenti raccolti dall’Ambasciata italiana sono già stati utilizzati per istruire processi in Italia. Ma possono aiutare a ricomporre il puzzle della memoria in Argentina.

    «I parenti dei desaparecidos (anche italiani) hanno ora la possibilità di ottenere finalmente Giustizia e le denunce e le dichiarazioni consolari rese tanti anni fa possono aiutare a ricostruire quelle dolorose vicende».

    Identificare figli scomparsi di cui non si aveva notizia, incrociare informazioni con fonti diverse per ricostruire documentalmente la sorte delle vittime e le colpe dei carnefici. Sull’appello presenterà un’interrogazione Fabio Porta, deputato Pd eletto in America Meridionale.

    «Vogliamo che il ministro risponda. Quello che si chiede è un atto di giustizia».


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Parla il nobel argentino Adolfo Pérez Esquivel: «Ma il suo non fu un caso isolato?». Il leader pacifista cattolico: «Molti giustificarono gli assassini»...


    Una sala immensa, neanche una sedia. Sia chiaro: «Un incontro rapido e fedele al protocollo», ripetono gli alti prelati al premio Nobel argentino Adolfo Pérez Esquivel. Entra Giovanni Paolo II. «Mentre i miei compagni distraggono i cardinali, io riesco a consegnargli un dossier su 84 bambini sequestrati e scomparsi. Avevo già tentato di farglielo avere attraverso tre canali diversi. Il Papa scuote la testa: "Questo non è mai arrivato nelle mie mani". Poi mi guarda, punta il dito: "Il dossier resta con me, ma lei deve pensare anche ai bambini dei Paesi comunisti..."». È il 1981. Leader pacifista cattolico, arrestato e scampato a un «volo della morte», quindi costretto dalla dittatura all'esilio, Pérez Esquivel ha da un anno ricevuto il Nobel per la Pace. «La settimana dopo il nostro incontro Wojtyla parlerà per la prima volta dei desaparecidos». Perché così tardi? Il golpe argentino è del '76, e le violenze contro gli oppositori erano cominciate già anni prima. «Io credo che Giovanni Paolo II si sia comportato in questo modo per la cattiva informazione che gli arrivava. Altrimenti non si spiega. Non volle neanche ricevere le Madri di Plaza de Mayo...».

    Una storia torbida di silenzi e connivenze quella della Chiesa cattolica nell'Argentina della «guerra sporca». Pérez Esquivel la segue da decenni. Dai primi tentativi (falliti) di coinvolgere le gerarchie nella difesa dei diritti umani agli inizi degli anni Settanta; fino ad oggi, al processo von Wernich nel quale il premio Nobel è stato testimone. Nella sede storica del suo Serpaj, il Servizio Pace e Giustizia, a Buenos Aires, la ricostruisce. «La Chiesa cattolica in Argentina ha luci e ombre. C'è stato un settore che ha appoggiato la dittatura, che è stato complice. Alti prelati, semplici sacerdoti. E dentro le diocesi delle Forze Armate istituite da Giovanni Paolo II i cappellani militari e della polizia, che hanno giustificato la repressione in virtù della cosiddetta difesa della civiltà cristiana e occidentale. Von Wernich ha avuto un ruolo diretto nella repressione, ha visitato campi illegali, ha fatto pressioni perché i detenuti parlassero».

    In aula lei ha sottolineato che von Wernich non è stato un caso isolato. «Ci sono stati vescovi, penso a monsignor Tortolo, che hanno giustificato ogni mezzo per far parlare i prigionieri, tortura compresa. Con l'eccezione però dell'uso della picana (strumento che emetteva scariche elettriche, ndr), alla quale era contrario». Con quale giustificazione? «Per risparmiare energia... Ricordo poi proprio in questo ufficio il capitano di corvetta Scilingo (considerato il primo «pentito» del regime, ndr) che mi raccontò di quando tornava dai "voli della morte", dopo aver gettato nel Rio de la Plata i corpi dei prigionieri nudi e narcotizzati: andava dal cappellano che gli faceva la comunione e gli diceva che era "una morte cristiana per salvare il Paese dal comunismo". Von Wernich non è una vicenda isolata. C'era una concezione ideologica che ha portato parte della Chiesa a compromettersi con la dittatura e a contrastare chi viveva il Vangelo insieme al popolo.

    Religiosi che hanno resistito, come Mauricio Silva (prete operaio desaparecido, ndr), come il vescovo Angelelli (ucciso dai golpisti, ndr), come le suore francesi (Alicia Dumon e Leonie Duquet, scomparse, ndr) ». Una minoranza... «Sì, una minoranza. Ricordo che ebbi una discussione anche con l'allora nunzio apostolico Pio Laghi (spesso ricordato per le sue partite di tennis con il golpista e piduista Emilio Massera, ndr): "Che vuole che faccia — mi disse —, non posso fare quello che i vescovi argentini non vogliono fare». Dopo la dittatura, la Chiesa ha ammesso le sue responsabilità? «Fino ad oggi c'è stato solo un tiepido riconoscimento che avrebbe potuto fare di più e non l'ha fatto. Non stanno neanche cercando un avvicinamento, un dialogo con le associazioni per i diritti umani. Mantengono la distanza. Ma dopo questo processo, io credo che debbano pronunciarsi ».



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Ormai, Massera é morto, ma ancora si può bucare il muro complice di silenzio...



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Por iniciativa de FEDEFAM (Federación Latinoamericana de Asociaciones de Familiares de Detenidos-Desaparecidos) el 30 de agosto se conmemora el Día Internacional del Detenido Desaparecido.

Esta fecha constituye un aporte al fortalecimiento de la conciencia mundial sobre la persistencia de la práctica de la desaparición forzada de personas -catalogado como crimen de lesa humanidad por la OEA y la ONU. Se inscribe, asimismo, en el trabajo que los organismos de derechos humanos realizan para influir en las políticas publicas nacionales e internacionales con el objetivo de prevenir toda forma de autoritarismo y consolidar la vigencia de los derechos y libertades.


Daniel 
Mancuso








lunes, 5 de julio de 2010

GELLI, VIGNES, MASSERA y LÓPEZ REGA



Nombres como Licio Gelli, Alberto Vignes, Emilio Massera y José López Rega tienen descendencia política de fuerte presencia actual.

Los cuatro integraron una organización fascista internacional: Propaganda Dos, y montaron la represión en la Argentina durante el período de José López Rega, la Triple A y el Estado terrorista.

Eduardo Sadous, por ejemplo, no es historia. Es pasado activo en 1975, y presente activo en 2010.




GELLI, VIGNES, MASSERA, LÓPEZ REGA.












Uno de sus descendientes, Esteban Caselli, que ya era un joven activo en 1975, dirige las operaciones internacionales de la Soberana Orden de Malta, ligada al sector ultraderechista del Vaticano. Otro joven activo de 1975 sigue, por ahora, en carrera: el ex embajador en Venezuela Eduardo Sadous, que en una de sus diversas formas de presentarse coloca su cargo de canciller de la Soberana Orden de Malta en la Argentina.

El rompecabezas que tiene como una de sus piezas a Sadous forma parte de un tablero que conviene repasar pieza por pieza y con paciencia, porque pasaron 35 años, pero el juego no terminó.

Juan Perón murió el 1º de julio de 1974. Su muerte aceleró la actividad de la Triple A, que ya había comenzado. La Alianza Anticomunista Argentina era el grupo terrorista paraestatal encargado de amedrentar y matar a los críticos del grupo encabezado por José López Rega dentro y fuera del peronismo.

López Rega llegó a la Argentina como secretario privado de Perón. Adquirió mayor poder cuando el 13 de julio de 1973, luego de sólo 50 días, el presidente Héctor Cámpora fue obligado a presentar la renuncia. También renunció el vice, Vicente Solano Lima. El tercero en la sucesión, el senador Alejandro Díaz Bialet, fue alejado del país para que no contara. Asumió el yerno de López Rega, Raúl Lastiri. De inmediato relevó a un ministro, el de Relaciones Exteriores, Juan Carlos Puig, y nombró a en su lugar a Alberto Vignes.

Alberto Vignes tenía un antecedente notorio: Eva Perón lo había relegado cuando descubrió que se apropiaba de bienes de judíos perseguidos por el nazismo. Como López Rega, Vignes era miembro de la organización fascista internacional Propaganda Dos (P-Due, con sede en Roma y un fuerte despliegue en la Argentina).

Vignes no sólo alimentó la Triple A. Fue uno de los artífices de la colaboración de servicios de inteligencia del Cono Sur para que la Argentina, Uruguay, Chile, Paraguay y Brasil se convirtieran en un infierno único. Es lo que con el tiempo pasó a llamarse Operación Cóndor y consistió en el viaje de los asesinos y la transnacionalización del secuestro, la tortura y el homicidio.

También era miembro de la P-Due el jefe de la Marina Emilio Massera.

Massera y Vignes construyeron un tándem poderoso dentro del gobierno.

Los dos respondían a Licio Gelli, uno de los jefes de la P-Due.

Alberto Vignes fue canciller hasta agosto de 1975, cuando López Rega dejó el gobierno por presión de los sindicatos. De todos modos, ya había cumplido su papel. La Triple A estaba en funcionamiento, el gobierno había quedado copado por la P-Due y el golpe militar era un destino inexorable.

Emilio Eduardo Massera fue designado jefe de la Marina por el gobierno peronista y ejerció una fuerte influencia personal sobre Isabel Perón. En 1976, integró la primera junta militar, con Jorge Videla y Orlando Agosti.

Nacido el 9 de octubre de 1945, Sadous era un joven diplomático de 30 años cuando colaboró con Vignes y el equipo de Massera, según recordaron a Página/12 tres diplomáticos que pidieron, por ahora, reserva de su nombre.





A la Orden de Malta


El embajador en la Argentina de la Soberana Orden de Malta es Antonio Caselli. Su padre, Esteban Caselli, es embajador de la Orden en Perú, fue embajador de Carlos Menem en el Vaticano y secretario de Culto en la Cancillería, con Carlos Ruckauf de ministro y Eduardo Duhalde de Presidente de la Nación.

La Soberana Orden de Malta tiene entidad estatal internacional y algunas de sus legaciones gozan de inmunidad. Es una de las órdenes que sobreviven del proceso de las Cruzadas que, en el siglo IX, se propuso la expansión de la Cristiandad europea, y en 1099, consiguió tomar Jerusalén, un acto que el Papado veía como el antecedente terrenal de la conquista de la Jerusalén celeste. Mientras otras órdenes reinterpretaron su pasado, se hicieron autónomas del Vaticano y en la Segunda Guerra Mundial albergaron a los judíos perseguidos, la Orden de Malta sigue hasta hoy fiel a sus orígenes y a sus beneficiarios: por ejemplo, quienes alimentaban hipócritamente el idealismo de los cristianos pobres mientras estimulaban el aumento de la recaudación fiscal pontificia y se enriquecían alquilando navíos con destino a Tierra Santa.

Mucho más acá en el tiempo, pero con la misma atención por las realidades del mundo terrenal, fue que Duhalde, Ruckauf y Caselli colocaron a Sadous como embajador en Venezuela, en 2002.

Fue en tiempos del mismo trío que un embajador de carrera, Vicente Espeche Gil, resultó perseguido hasta la humillación por Caselli.

Espeche Gil, hoy embajador ante la República Checa, no es precisamente un anticlerical: ex embajador en el Vaticano e Israel, fue miembro del Pontificio Consejo de Laicos. La persecución de Caselli se debió a que Espeche Gil es un católico practicante que, como embajador, no confunde los planos y le reprochó sus actitudes. Responde a un solo Estado, el argentino, y no quiso secundar a Caselli en sus negocios con el ex secretario de Estado del Vaticano Angelo Sodano.

(Para concentrar energías en temas ajenos a la amargura futbolística, lectoras y lectores pueden consultar hoy en el diccionario de la Real Academia Española las acepciones de la palabra “negocio” y realizar su propio trabajo de semiología casera. Pasarán un rato entretenido.)


Omisiones y misterios

Los documentos que registran la carrera burocrática de Eduardo Sadous tienen un punto en común: las contradicciones y las omisiones.

Uno de los legajos de Sadous en el Ministerio de Relaciones Exteriores tiene una laguna sospechosa.

En la columna de destinos (el sitio asignado a los diplomáticos) el período que va del 31 de diciembre de 1974 al 28 de diciembre de 1975, figura con estas dos palabras: “No informado”.

Los encargados del tema en la Cancillería podrían averiguar con facilidad las razones del misterio. Una, preguntando el motivo al propio Sadous, puesto que el funcionario todavía es diplomático de carrera en actividad. Otra, revisando el contenido de la resolución número 85, de 1975.

O tal vez no haga falta. Un alto funcionario de la Cancillería dijo, ayer a Página/12, que en el ministerio obra otro documento: corrobora que Sadous trabajó en el equipo privado del entonces canciller Alberto Vignes, durante 1975.

En otras palabras: hay un documento falseado y un documento completo sobre la misma persona en el mismo período. Así, uno da más valor al otro y viceversa.

El documento falseado indica, en otra parte, que en esta etapa Sadous no estuvo en el exterior. En “Destinos” se lee para 1975: “País”. “País” y “Exterior” son las dos grandes categorías en que se divide la sección “Destinos”.

Es el único hueco. Luego, toda la carrera de Sadous está detallada. Por ejemplo, por Resolución 545, de 1975, fue destinado a Italia. Operó en Roma, entre el 29 de diciembre de 1975 y el 9 de octubre de 1976.

Italia no era un destino más en ese momento. Licio Gelli, uno de los jefes de la secta fascista P-Due, trabajaba a caballo entre Roma y Buenos Aires. Alberto Vignes consiguió que el 18 de octubre de 1973, a seis días de asumir en reemplazo de Lastiri, Perón condecorase a Gelli con la Orden del Libertador San Martín en el grado de Gran Cruz. Isabel y Vignes lo nombraron consejero económico de la embajada argentina en Italia, donde recibiría colaboración de Sadous.

Gelli tenía estrecha relación con Vignes, a tal punto que le compró una estancia en la Argentina.

Pero, aún más importante que Vignes en el entramado del submundo italiano y el submundo argentino, fue el entonces almirante Eduardo Massera. El “Comandante Cero”, como fue conocido en la jerga de la represión clandestina, hizo pie en la Cancillería al punto de poner allí, después del golpe, a un hombre de su círculo íntimo. Entre el 30 de marzo de 1976 y el 23 de mayo de 1977, fue canciller el almirante César Guzetti.

Guzetti es la misma persona que participó en Chile de una reunión con Henry Kissinger, secretario de Estado de los Estados Unidos, en la que se reforzó la coordinación para la represión en el Cono Sur que había empezado con los asesinatos impulsados por Vignes.

Guzetti y su sucesor, el almirante Oscar Montes, empezaron por controlar su propio territorio, la Cancillería. Marcelo Dupont, hermano del diplomático Gregorio Dupont, fue asesinado luego de que éste escuchara las confidencias de la diplomática Elena Holmberg sobre las operaciones de inteligencia del Centro Piloto París. Holmberg fue otra de las asesinadas. Y también fue secuestrado el embajador de la dictadura en Venezuela, el radical Héctor Hidalgo Solá, luego de que descubriese que Caracas era otro nudo de la inteligencia militar. Luego de la desaparición de Hidalgo Solá, fue designado embajador en Venezuela Federico Barttfeld (ver aparte), otro de los integrantes de Propaganda Dos relacionado con Massera, Gelli y Vignes.

“En la Cancillería muchísimos diplomáticos de carrera apoyaron a la dictadura como lo hizo la mayoría de la burocracia del Estado; algunos diplomáticos la toleraron sin hacer nada y una minoría fue cesanteada o perseguida”, dijo a Página/12 un embajador. “Pero los más activos durante la matanza, los que colaboraron directamente, también fueron pocos”, agregó. “Algún día habrá que publicar quiénes eran, en la propia Cancillería, los que marcaban a sus colegas y hacían las listas negras”, dijo.

–¿Sadous fue uno de los “marcadores”?–inquirió Página/12.

–Ya le dije: algún día los propios diplomáticos tendremos que reconstruir esa historia –respondió el embajador.

Una parte de los profesionales de la Cancillería tiene en claro la continuidad entre el lopezreguismo y la dictadura. La embajadora May Lorenzo Alcalá, castigada y reparada con la vuelta de la democracia en 1983, escribió un texto interesante en la página de la Asociación de Personal del Servicio Exterior de la Nación, Apsen: “La limpieza ideológico-moral de Vignes facilitó mucho la tarea de los militares cuando, en 1976, tomaron el poder. Sólo tuvieron que cesantear un 30 % de los desangrados de la carrera en el período inmediatamente anterior, formalmente constitucional”.



2

Caselli ya no puede aparecer en público


A Esteban Caselli, funcionario de uno de los dos Estados a los que sirve el embajador Eduardo Sadous, cada vez le cuesta más aparecer en público. Fue abucheado por el Teatro Coliseo en pleno cuando intentó pronunciar un discurso llamando “estadista” a Silvio Berlusconi, en el reciente homenaje a la República Italiana. Caselli, junto con el ya fallecido Federico Barttfeld, es el mentor de una secta fascista internacional que la democracia no termina de remover en la Cancillería.

El blooper de Caselli ocurrió en la tarde del viernes 11 de junio en el Coliseo. La embajada de Italia en la Argentina había programado un festejo por la creación de la República Italiana, que surgió por referendum popular una vez derrotado el Eje de Alemania, Italia y Japón en la Segunda Guerra Mundial.

El cónsul general, Giancarlo María Curcio, había programado actividades artísticas. Quizás a última hora (porque las invitaciones no lo consignaban) incluyó en ese carácter la participación de Caselli.

Esteban Caselli
(polifuncionario de Carlos Menem, Carlos Ruckauf, Eduardo Duhalde y Angelo Sodano) es uno de los senadores de Berlusconi que representa a grupos de italianos en el exterior.

En una lengua que uno de los presentes definió como “cocoliche”, Caselli procuró hablar en italiano. Hizo una introducción formal y cuando reivindicó al “estadista Silvio Berlusconi”, primer ministro italiano y su jefe en el Partido del Pueblo de la Libertad, comenzaron los silbidos y los abucheos. La situación llegó a tal pico de tensión que Caselli no pudo seguir hablando. Dejó la tarima y en el camino todavía forcejeó con parte del público, hasta que hizo mutis por el foro.

El Coliseo registraba una gran concurrencia de juristas y abogados porque esa noche se había anunciado la condecoración al juez de la Corte Suprema Raúl Zaffaroni, quien sí terminaría agradeciendo en italiano al embajador.

Desde el menemismo, Esteban Caselli ocupa las responsabilidades protagónicas que antes tenían Emilio Massera, Alberto Vignes y Federico Barttfeld, todos ellos miembros de Propaganda Dos como el ex general Carlos Guillermo Suárez Mason. Es el mismo sector que unía a la ultraderecha del Vaticano, el lopezrreguismo, la Triple A, los servicios secretos italianos, el Estado terrorista argentino, la mafia y las finanzas sucias del Banco Ambrosiano y hoy puede articular núcleos de poder permanente en la Justicia, la Cancillería, un sector de la estructura de la Santa Sede y los perseguidores españoles del juez Baltasar Garzón.

No se trata de una organización de jubilados. Todavía en vida, Caselli consiguió que la Cancillería reconvocara al servicio activo a Barttfeld, que había sido embajador en Venezuela, cónsul en Hamburgo, embajador en Rumania y representante argentino en China.

Ruckauf designó a Barttfeld primero como subsecretario técnico-administrativo de la Cancillería y después como número dos de Martín Redrado en la Secretaría de Relaciones Económicas Internacionales.

Fue en ese momento que Ruckauf, su secretario de Culto Caselli, el P-Due Barttfeld y Redrado impulsaron el nombre de Sadous como embajador en Venezuela y tuvieron éxito.

En mayo de 2004, Página/12 publicó que el entonces cónsul en Nueva York, Juan Carlos Vignaud, utilizaba su residencia para trabajos de plomería incompatibles con su función diplomática. En tiempos de José López Rega y Alberto Vignes, Vignaud había sido diplomático en Libia para garantizar los negocios del grupo.

El entonces presidente Néstor Kirchner removió a Vignaud y unos días después dictó un decreto regresando a Barttfeld a su retiro.

Cuando Barttfeld murió, entre las decenas de participaciones que publicó La Nación, el 23 de julio de 2009, figuraban la de Massera y la de Sadous.

En su libro La masonería, el historiador y periodista Emilio J. Corbière definió a Propaganda Dos como un caso de “utilización de la cobertura masónica como parte de la provocación política”. Bajo el mando del simpatizante de Benito Mussolini, Licio Gelli, según Corbière la P-Due intentó operar desde adentro de la masonería cuando esa organización había sido perseguida por el fascismo. Ya en 1976, siempre según el libro, las autoridades de la masonería italiana denunciaron a Gelli como una “infiltración” y expulsaron a sus miembros, a la vez que dieron a conocer sus nombres. En la lista, Barttfeld tenía el carnet 1755.

En su libro López Rega, el investigador Marcelo Larraquy informa que la lista se completó con los 962 nombres hallados por la policía al requisar la residencia de Villa Wanda, en Arezzo.






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¿Todo es historia?

Desde 1975 pasó mucho tiempo: 35 años. Es como si en 1975 alguien hubiese comentado hechos de 1940. La prehistoria.

Sin embargo, hay algo más que un pasado para historiadores cuando una trama de poder sobrevive, se recicla y jaquea no la democracia pero sí su calidad plena.

La organización fascista Propaganda Dos no existe más como tal. Pero sus miembros jóvenes de entonces, como el embajador Federico Barttfeld, fallecido el año pasado, siguieron trabajando hasta el último día. Y continuaron tendiendo redes de poder entre las finanzas más volátiles, grupos de jueces, funcionarios permeables a la seducción de un profesionalismo falso, camarillas diplomáticas y sectores ultraderechistas del Vaticano.

Es igual que en España. El franquismo ya no existe y la Falange es sólo un remedo patético de aquella creada por José Antonio Primo de Rivera. Pero contactos, afinidades e intereses comunes conectan a filibusteros de las finanzas rápidas, sectores de los servicios de inteligencia, jueces y clericales de la franja conservadora. Juntos reaccionan cuando Baltasar Garzón se atreve a remover tumbas de 1937. Eso, tío, no se toca. De eso, tía, no se habla.

Todo es historia. Cuando lo es. Eduardo Sadous, por ejemplo, no es historia. Es pasado activo en 1975 y presente activo en 2010.

Más allá de la investigación sobre hechos de la relación entre la Argentina y Venezuela, que corre por cuenta de la Justicia, cuando aparece un caso como el de Sadous un gobierno con aspiraciones de transformar el Estado podría sacar una conclusión doble. Por un lado, gobernar es construir alianzas. Cuanto más amplias, mejor. Por otro lado, gobernar consiste en no dormir con el diablo adentro.

En corporaciones que se autoperpetúan, como la Justicia o la Cancillería, el diablo suele recrearse. Sería poco riguroso, y además inútil, enfrentar ahora a todos los diplomáticos de carrera o a todos los jueces. Los más trabajadores, sanos y ajenos a las mafias tradicionales quedarían estampados junto a éstas. Pero, lo más importante, los tres poderes del Estado renunciarían a su función administrativa.

A veces el maniqueísmo lleva a pensar que, como todos acusan de delincuentes a todos, basta con no ser delincuente. Pero, ¿cualquier persona penalmente inocente debe ocupar un cargo? ¿No hay un espacio para tomar decisiones razonables? La política, ¿no es eso? Un ejemplo: la Cámara de Casación es morosa en los trámites judiciales por violaciones a los derechos humanos. Pero el Consejo de la Magistratura y la Corte Suprema gozan de facultades administrativas legales que no ejercen. Ocurre lo mismo en la Cancillería con destinos y ascensos. Hablar de la memoria y estimularla está muy bien, pero parte del compromiso con una democracia de calidad es terminar con verdaderas dinastías que se sienten dueñas del Estado.




miércoles, 30 de junio de 2010

SADOUS VILLANO CLARÍN EN MANO



La joven modelo estadounidense, Tessy Taylor (20 añitos), que volvió a obtener el premio "Chica Cibernética 2010", hizo una denuncia muy dolorosa. Transcribimos textuales palabras de la víctima:


"Tuvimos un romance con Eduardo Alberto (Sadous) cuando yo fui a hacer unas fotos a Venezuela. Nos conocimos en un cóctel que él organizaba para festejar Halloweenen, en la Embajada. Estábamos muy borrachos y me dijo que quería tatuarme. Yo me opuse pero con tanto alcohol no podía mantenerme en pie. Me desperté bruscamente, y me había hecho una cruz acá (ver foto). Me salvó la mucama, esa mañana, si no me hace una esvástica..."


Tanto lo nombraron a Sadous que nos pusimos a investigar quién era. Parece que de chico se hizo amigo del Acertijo y El Guazón en las terribles andanzas por los caminos del hampa. Allí aprendió a mentir, dejar sospechas flotando en el aire y generar contubernios funcionales a los poderoso de turno. Es un hombre del Toco y me voy...


Nuestro delincuente de hoy, el ex embajador en Venezuela, Eduardo Alberto Sadous, abogado de 65 años, ostenta el título de “canciller de la Asociación de Caballeros Argentinos de la Soberana y Militar Orden de Malta. Y en los últimos tiempos, aliado con los boqueteros mediáticos del Grupo Clarín.

Eduardo Alberto ingresó al Servicio Exterior de la Nación a mediados de los 70. Desde 2002 a 2005, fue embajador en Venezuela, designado por Eduardo Duhalde (el malo). Néstor Kirchner lo removió en mayo de 2005. Además, se sabe que Sadous tiene vínculos con la Coalición Cínica y Elisa Carrió (dime con quién andas...).

También, fue el secretario privado de Domingo Cavallo cuando éste era canciller de Carlos Menem (y también, estuvo cerca de Cavallo cuando éste asumió el Ministerio de Economía) ... ¿Querés más?




  • EL ACTA PATRIÓTICA DE EE. UU. DESMIENTE LAS DENUNCIAS...

Desde hace casi 2 meses todas las baterías del multimedios Clarín se dedicaron a instalar en las tapas del diario y en las pantallas de televisión los supuestos casos de corrupción y pago de coimas de empresarios argentinos para acceder a los negocios entre Argentina y Venezuela.

El último viernes a la noche, Eduardo Van der Kooy, columnista tanto del diario Clarín como de Telenoche , invirtió curiosamente los términos cuando dijo que el Gobierno “tiene un problema” ya que se “le instaló” un tema que pertenecía a la política exterior que ahora se habría trasladado a la política doméstica. Curioso caso en el que el “instalador” no se hace cargo de lo que instala y en el que la opinión de quienes conocen de cerca cómo se manejan los negocios entre países echan serias dudas acerca de lo sostenido por el ex embajador Eduardo Sadous, magnificado en los medios.

El mismo Grupo Clarín dispone de varios fideicomisos en el exterior por lo que resulta aún mas sospechosa la verosimilitud de su operación periodística.

La causa judicial en la que se investiga la posible comisión de delitos relacionados con los negocios entre la Argentina y Venezuela está a cargo del Juez Federal de la Capital Federal, Julián Ercolini, que citó semanas atrás al ex embajador para que dé cuenta de las denuncias que realizó respecto del presunto pago de coimas. Sadous declaró que había detectado un faltante de 90 millones de dólares en el fideicomiso establecido para la relación comercial entre ambos países.

En el caso particular que se discute en estos días, el fideicomiso fue constituido por Venezuela como un agente de pagos y con el propósito de fomentar el comercio bilateral entre ambos países.

Miradas al Sur consultó a expertos en las cuestiones de índole técnica que entran en juego cuando se conforma un fideicomiso. Esos expertos subrayan el rol que juegan los estados sobre las instituciones financieras a la hora de establecer controles sobre el manejo de los fondos y de los fideicomisos.

  • Un fideicomiso es una cuenta en un banco que se maneja con instrucciones muy precisas. Los titulares definen en el momento de la apertura cuáles son los objetivos planteados. Los bancos son los responsables de la administración, el seguimiento y el control del fideicomiso, para que se dé cumplimiento a las pautas establecidas por los titulares.

  • Venezuela, como titular del fideicomiso, es quien definió las instrucciones y el responsable de la ejecución de las normas es el banco custodio.

En este caso se trata del UBS en Estados Unidos, un país que se jacta al menos en teoría de establecer severísimos controles para combatir el lavado de dinero ya sea del narcotráfico o del terrorismo. Para cumplir con las instrucciones de la estructura del fideicomiso, el banco custodio debe hacer un riguroso seguimiento sobre los movimientos de ingresos y egresos en la cuenta. Debe conocer también perfectamente quiénes realizan depósitos en la cuenta y a quiénes se realizan pagos.

Lo que importa es que el UBS tiene responsabilidad legal sobre eventual violación de los objetivos con que se creó el fideicomiso, lo que se denomina responsabilidad fiduciaria. Más aún, el banco está obligado a cumplir con lo impuesto por la Ley Federal (Acta Patriótica), la cual es muy rigurosa en cuanto a lavado de dinero y maniobras irregulares. Si el banco no cumple con esas obligaciones, se hace pasible de sanciones penales por la violación de la ley. Desde hace años, por estas razones, la operatoria para abrir cuentas en bancos en los Estados Unidos se hizo mucho más complicada.

En el caso Venezuela-Argentina, a los expertos consultados se les hace extraño que el UBS, dada la información que circula públicamente desde hace semanas, jamás haya realizado algún tipo de investigación sobre el manejo de la cuenta. De tomar en serio las denuncias, dicen las mismas fuentes, la institución pudo por ejemplo disponer el congelamiento de las cuentas por 60 días y/o cerrarlas.

Sostienen que también es llamativo que afirmen que el saldo de la cuenta se encuentra en cero para darle más peso a la denuncia del faltante de dinero. Esto resulta insostenible ya que se trata de una cuenta transaccional, esto quiere decir, a manera de ejemplo, que Venezuela vendía mercaderías por 10 pesos, Argentina pagaba 10 pesos a esa cuenta, y luego Argentina vendía mercaderías a Venezuela por 8 pesos, entonces Venezuela giraba 8 pesos de esa cuenta y así sucesivamente por lo cual el saldo siempre debería ser cercano a cero, por ser constituido este fideicomiso como un agente de pagos.


  • HASTA PARA ABRIR UNA CUENTA BANCARIA...

Después del atentado del 2001, el congreso de los Estados Unidos, voto una ley llamada Acta Patriótica ( Patriot Act ), la cual generó mucha polémica ya que elimina la privacidad del ciudadano (habilita escuchas telefónicas, intervención de mails, etc.), también esta ley alcanza lo relacionado con actividades financieras vinculadas con el terrorismo, y narco terrorismo generando varias modificaciones en la ley antilavado.

El proceso de un Banco para abrir una cuenta de un nuevo cliente, tanto personas físicas como instituciones (empresas, gobiernos, etc.) es más complejo y riguroso aun cuando se trata de países que no pertenecen al grupo de los llamados desarrollados.



  • HASTA ACÁ...

El miércoles 23 de junio, el ex embajador en Venezuela, Eduardo Alberto Sadous, hizo una presentación de 4 horas en la cámara de Diputados, para explicar sus dichos sobre la relación comercial entre la Argentina y Venezuela.

El presidente de la Comisión de Relaciones Exteriores, el MENEMISTA federal Alfredo Atanasof dijo que la reunión secreta "fue muy importante porque el parlamento pudo tomar conocimiento de cómo se han llevado las relaciones comerciales entre Argentina y Venezuela".

Luego, los medios de desinformación masiva empezaron a hablar de una "Embajada Paralela" y dalequetedale con las denuncias sobre presuntas irregularidades en la relación comercial con Venezuela.

Hoy, El jefe de la bancada del Frente para la Victoria, el diputado Agustín Rossi, preguntó a la oposición si "¿tiene miedo que el señor Magnetto los rete?", ante la negativa a publicar las declaraciones del ex embajador en Venezuela, Eduardo Sadous.

"¿Qué es lo que quieren seguir escondiendo?"...

"¿A quiénes están tratando de encubrir, señores diputados?"...

“¿Por qué la oposición se niega a dar a luz un hecho que ha perdido el carácter de reservado por las publicaciones periodísticas? ¿Por qué se le tiene tanto miedo a la verdad?"...

"¿Tienen miedo que el señor Magnetto los rete? ¿Tienen que responder a Clarín, a Magnetto o a la sociedad argentina y la Constitución por la que han jurado? ¿Qué es lo que quieren seguir escondiendo?".

CLARO Y CONTUNDENTE EL CHIVO ROSSI, COMO EL GOL DE TEVEZ DE AFUERA DEL AREA, EL TERCERO CONTRA MEXICO...



Daniel Mancuso

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